Kozmic Janis

Se c’è qualcosa di cui si è detto fin troppo e mai abbastanza è la voce di Janis Joplin. Inarrivabile, a tal punto da risultarci più semplice provare a dire che cosa essa non sia: non è immediata, ma mai artificiosa. Non facile, eppure non potrebbe essere più autentica. Non è giovane, ma quanto di più vivo possa sgorgare dallo stereo, dai testi, dalla memoria. Non assimilabile al poderoso timbro spiritual di un’afroamericana, ma ancora meno a quello di una bianchissima texana. Non è liscia, non è pulita, si sporca e si condanna ad ogni passo tra la violenza e l’amore, fino ad uscirne illesa e purissima.

Questo è ancora oggi ascoltare la forza e il dolore della fragile, tragica Janis, che sul fronte degli anni Settanta cantava «Il tempo scorre, gli amici se ne vanno. Anch’io continuo a muovermi, ma non ho mai capito perché»: lo spettro tormentato di una ragazza innamorata della vita e incapace di dimostrarglielo. Esplosiva, eccentrica ed esuberante da un lato, dall’altro inquieta e costantemente alla ricerca di affetto e approvazione, ingoiò tra braccia sterili e una siringa di troppo il bisogno di essere amata, la solitudine, i ventisette anni.

È impressionante come nei testi, negli album e nelle esibizioni dal vivo tutti questi aspetti non solo convivano, ma contribuiscano a nutrire il peso e la potenza di una musica che mai si risparmia di guardare a viso aperto le controversie che la percorrono, tuonando, sbottando, mormorando, urlando e inzuppandosi di vita, di angoscia, di stupore, di dolore.

Ineguagliabile e indimenticabile, nella sua carriera breve e infinita arrivò ad ascoltare solamente il suo primo album da solista, I Got Dem Ol' Kozmic Blues Again Mama!, registrato a New York nel giugno del 1969 e pubblicato a settembre dalla Columbia Records. Di stampo molto diverso rispetto ai precedenti lavori con la storica band Big Brother and the Holding Company, quest’album presenta un’anima prettamente blues e soul, nelle intenzioni come nell’organico, che vede l’inserimento di trombe e sassofoni; una novità assoluta rispetto al rock graffiante e psichedelico degli album precedenti.

Ecco dunque Kozmic Blues, canzone amara e commovente, triste cornice per le illusioni svanite e i sogni infranti. «Il tempo scorre, gli amici se ne vanno. Anch’io continuo a muovermi, ma non ho mai capito perché». Forse il perfetto epilogo di una vita vorace terrorizzata dal vuoto, tra concerti davanti a decine di migliaia di persone e notti senza scampo da se stessi, fino all’ultima, trascorsa in quella stanza d’albergo di Los Angeles.

«Viviamo tra cose destinate a morire» scriveva Seneca, ma la tua morte, Janis, ti ha resa immortale.

 

C.