ARITMIE episodio 5

CHINESE MAN

Chi ha in memoria gli anni novanta dovrebbe riuscire a ricordare con una certa precisione che, oramai ben più di un ventennio fa, nel bel mezzo della selva di Windows 95, World Wide Web, Google e telefoni cellulari cominciava a farsi strada con una certa prepotenza un termine ingombrante e anche piuttosto faticoso da gestire: globalizzazione. Non staremo oggi ad indagare a quali conseguenze abbia portato l’unificazione dei mercati e la progressiva spinta verso modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti, ma è innegabile che l’aver assistito ad un’infiltrazione così violenta di distribuzione standardizzata sia equivalso al presenziare ad una rivoluzione. Gli effetti, per tanti versi, restano tuttora una novità e nonostante abbiano caratteristiche difficili da indagare non lasciano dubbi sul fatto che anche l’arte sia rimasta pesantemente coinvolta e che la musica si sia resa protagonista attiva di nuove infinite possibilità di incroci, fusioni e commistioni, adottando la tecnologia sia come mezzo di ricerca che di produzione.

 

Come esempio, basti pensare ad alcuni dei lavori di Daft Punk, Massive Attack, Groove Armada, Morcheeba, Jamiroquai, Animal Collective, Gorillaz e Radiohead, che hanno costellato il decennio di sonorità sempre più devote all’elettronica, trasformando così le modalità di ascolto e di approccio alla musica dal vivo. Il continuo progredire della tecnologia ha garantito che il processo non si arrestasse e che fossero sempre più gli artisti impegnati nella ricerca di un connubio tra macchine e creatività personale.

Oggi metteremo sotto i riflettori il collettivo francese Chinese Man, formatosi nel 2004 ad Aix-en-Provence, che sin dall’inizio si è delineato come portatore di tratti ibridi molto marcati, riuscendo a fondere in unico grosso crogiolo cosmopolita trip hop, breakbeat, funk, voci e strumenti acustici. Il risultato è un genere pressoché indefinibile di musica elettronica che incorpora, a volte con decisione e altre solo per un istante, anche reggae, jazz, dj style, R&B, dance, rap, soul, house, vecchio rock, psichedelia, sprazzi di Africa, Spagna, Medio ed Estremo Oriente, nonché numerosi riferimenti alla religione buddista e alla meditazione zen. Il titolo stesso dell’album protagonista di questa puntata è una scena spirituale: il termine Shikantaza indica infatti il “non dover fare altro che sedersi”, presentando la condizione necessaria di per sé al compimento della meditazione.

 

L’album, registrato nel 2017 tra Marsiglia, Bombay e zone rurali francesi non ben identificate, è un affresco multiculturale costruito nel segno dell’unione e della collaborazione. Il fatto che Chinese Man, prima di tutto, non indichi il nome di una classica band ma di un collettivo è essenziale: oltre ai tre pilastri fondatori High Ku, Zè Mateo e Sly Dee, buona parte delle sedici tracce di Shikantaza vanta la collaborazione di cantanti, disegnatori, musicisti, registi, dj e di disparate inserzioni di suoni e voci dal mondo, come quelle dello scrittore e regista Alejandro Jodorowsky in Maläd e dell’attivista pakistana Malala Yousafzai in Warriors.

Ad aprire la carovana di Shikantaza è il pezzo omonimo, in cui un assaggio iniziale di kargyraa (il canto difonico tipico di Tuva e Mongolia) lascia posto ad un intreccio irresistibile di ritmi sovrapposti, voci reiterate e incursioni sonore, sempre nel segno di una tecnologia multifocale utilizzata con grande precisione. Proponiamo quindi l’ascolto di questo pezzo, chiudendo con la riflessione che forse Chinese Man sia più di ogni altra cosa un atteggiamento; è la volontà di vivere di inclusioni e di contaminazioni, mettendo in atto una sorta di globalizzazione che cerca i confini e li unisce in una multietnicità che per bandiera le porta tutte.

 

C.