Stevie Wonder - Il suono della giovane America

Light My Fire – My Cherie Amour

 

Quando si parla di afroamericani e integrazione razziale, le implicazioni e i riferimenti che per primi trovano spazio nell’immaginario si agganciano alla politica, all’economia, alle barriere sociali e tutt’al più a disparate convinzioni religiose, ma difficilmente arrivano a coinvolgere l’arte e il suo ruolo pubblico. Eppure, la prima vera integrazione a stelle e strisce arrivò da un ex pugile di Detroit, un afroamericano autore di una manciata di canzoni che aveva odorato nella musica la possibilità di sfogare a gran voce il desiderio di un popolo intero di raccontarsi: era il 12 gennaio 1959 quando Berry Gordy nella sua città natale fondava l’etichetta Motown, con la quale nel corso dei decenni avrebbe prodotto la bellezza di 539 album, rivelando al mondo frotte di artisti di origine afroamericana come Marvin Gaye, Diana Ross, Commodores, Four Tops, Supremes, Martha and the Vandellas, Lionel Richie, Dazz Band, Temptations, Rick James, Marvelettes, Smokey Robinson, Jackson 5 e Stevie Wonder.

Una volta che la Motown Records divenne attiva sul mercato, la sua forza propulsiva non si fece attendere e ben presto rivelò agli USA e all’Europa la spinta etnica e comunitaria che batteva in lei e che con successo aveva convogliato nella musica secoli di tradizioni, di silenzio, di rabbia, di speranza. Iniziò così non solo una scalata della black music ai vertici delle classifiche, ma anche un massiccio ingresso di voci e sonorità afroamericane nelle case dei bianchi: soul, R&B, linee di basso che lasciavano pregustare il funk, inevitabili richiami al jazz, groove marcati, cori e percussioni indiavolate divennero una vera e propria rivoluzione culturale, che a colpi di rullanti, trombe, piatti e sassofoni davano corpo al «suono della giovane America», come recitava uno slogan.

Tra i pionieri dell’ascesa delle sonorità marchiate Motown, un posto di rilievo spetta sicuramente a Stevie Wonder e alla costanza con cui costruì musica che tendeva una mano alla tradizione e l’altra ad un’innovativa ricerca del senso racchiuso nello stare dietro al microfono: «Non ho mai pensato di essere cieco come a uno svantaggio e non ho mai pensato di essere nero come a uno svantaggio. Sono quello che sono. Mi amo! E non lo intendo egoisticamente – amo che Dio mi abbia permesso di prendere ciò che avevo e di farne qualcosa.»

Cinquant’anni fa, appena diciannovenne, pubblicava l’undicesimo album della propria carriera, My Cherie Amour, dal quale ancora oggi si può sentire sprizzare l’energia Motown in diverse forme: abbondano il romanticismo e i sentimenti nella traccia che dà il titolo all’album, un piccolo quadretto di sospiri amorosi accompagnati da flauto e archi; altro carburante muove invece Somebody Knows, Somebody Cares, un tripudio di sonorità gospel condite da coro, numerose percussioni, archi, armonica e bassi dinamici e ostinati. Oltre a questo, l’influenza Motown non mancò di contagiare anche la musica che tipicamente apparteneva al rock dei giovani bianchi californiani, come quello dei Doors e della loro Light My Fire, pubblicata dal gruppo nel 1967 e ripresentata da Wonder in una nuova veste. Proponiamo oggi questo arrangiamento, originale nella scelta degli strumenti (spiccano su tutti armonica e ottavino, connubio per nulla frequente) e solido nella quantità di timbri che lo attraversano e che sostengono il pezzo con sonorità massicce e potenti, mescolando al ricordo del rock una buona dose di R&B e di vocalità molto aperte tipiche dello spiritual.

Nell’America razzista, intollerante, segregazionista e fanatica, l’animo e la vitalità del suono Motown misero a segno un ribaltamento ideologico senza precedenti, portando poco per volta la volontà di un’integrazione pacifica attraverso gli stereo, i jukebox e le copertine dei vinili, laddove il braccio ottuso e rabbioso della politica non poteva arrivare.

 

 

C.