the end

«Abbey Road è un disco molto felice. Credo che il motivo sia che tutti sapevamo che sarebbe stato l’ultimo.»

Tutto finisce, anche i Beatles. Ma quando a dare l’addio alle scene sono i “Fab Four”, i favolosi quattro ragazzi di Liverpool, gli autori di Hey Jude, Yesterday, All You Need Is Love e Helter Skelter, la faccenda si fa un po’ più complicata. A cominciare dal 1968, i rapporti all’interno della band si erano inaspriti e con forza sempre maggiore erano emerse divergenze riguardanti la scelta del produttore e, soprattutto, la gestione delle finanze. A questo si andavano poi ad aggiungere le ambizioni solistiche di ciascuno dei membri, in particolare di John Lennon, ogni giorno più stretto nella morsa di Yoko Ono, presente alle sessioni di registrazione già dai tempi del White Album e additata da George Harrison come la principale causa delle crescenti tensioni.

Vista la situazione, commuove forse ancor di più sentire quanti temi, quanta fatica e quanto amore siano stati messi in quest’ultimo album, magnifico punto d’arrivo dopo sette anni di intensissimo lavoro condiviso (nonostante Let It Be sia datato 1970 e risulti l’ultima pubblicazione ufficiale del gruppo, al suo interno contiene registrazioni precedenti rimaneggiate e mixate dal produttore Phil Spector; dopo Abbey Road i Beatles non registrarono mai più).

Così, nei mesi di luglio e agosto del 1969, la band occupa gli studi di Abbey Road e tra nuove e vecchie idee, sperimentazioni timbriche e testi che spaziano dai sospiri per una ragazza all’attivismo politico, il vinile viene inciso. Ne esce un album unico, forte di una coerenza e una varietà interne degne di pochi altri musicisti. L’idea poi di trasformare il secondo lato del disco in un’unica, grandiosa suite è geniale: «Dalle ceneri di quella follia, per me quella è la parte musicale più bella che abbiamo mai fatto», dirà Ringo Starr. E grandioso è anche il messaggio contenuto nel brano di chiusura, The End, ossia “La fine”. In perfetto stile Beatles, ritmato, preciso e accattivante, in appena due minuti condensa una serie di attitudini, di intenzioni e di assoli che atterrano su tre brevi versi:

And in the end

The love you take

Is equal to the love you make

E alla fine l’amore che ricevi è uguale all’amore che dai.

Così finisce l’album, così finiscono i Beatles. È il canto del cigno, l’addio dei quattro ragazzi di Liverpool, più influenti di qualsiasi presidente e più famosi di Gesù Cristo. Un inno all’amore e alla condivisione come chiave per vivere.

La copertina, ancora oggi circondata di mistero e bersaglio di congetture che spesso arrivano a toccare il mitologico, è diventata un simbolo per l’umanità: uno dietro l’altro, i Fab Four escono dagli studi e attraversano Abbey Road in una caldissima giornata di agosto. Paul McCartney è l’unico scalzo e l’unico fuori sincrono in quella che sembra essere una marcia funebre.

Difficile arrivare ad una spiegazione, ma qualunque cosa nasconda lo scatto, resta il fatto che il 12 settembre John Lennon mette in piedi la Plastic Ono Band per poter partecipare al Rock’n’Roll Revival Festival di Toronto, decidendo di lasciare i Beatles. Al suo ritorno viene raggiunto un accordo per non diffondere la notizia prima di aver portato a termine gli ultimi impegni e l’1 ottobre 1969, tra il fermento generale, Abbey Road arriva nei negozi, risultando l’album del gruppo più venduto di sempre con oltre cinque milioni di copie distribuite nel primo anno. Ma quando questo succede i Beatles non esistono già più. 

 

C.